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Archivio
Marzo 2006
E' mestrino il primo "signore dei pesci"
29-3-2006
"Marco Talpo, 25 anni, 1 metro e 98(!) di altezza: abita a Mestre ed è il primo dottore magistrale in Acquacoltura in Italia. Si è laureato con il punteggio di 110/110 presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Udine: è il primo del suo corso a concludere gli studi. Il corso di laurea specialistica in Acquacoltura è stato istituito con la riforma universitaria due anni fa a Udine, prima università in Italia per lo studio dell'Ittiopatologia. Marco oggi si ritrova ad essere il primo laureato con quella determinata qualifica professionale. Appassionato al ramo della medicina fin da piccolo, anche un po' per via di una tradizione familiare (il nonno è veterinario, lo zio medico) si è iscritto a Udine perché a Padova non aveva passato il test di ingresso. «Pensavo di ritentare l'anno successivo - dice- invece a Udine mi sono trovato subito bene, fin dal primo anno abbiamo cominciato a toccare con mano gli animali in aula: era molto interessante. Così sono rimasto. Ed è stato proprio l'anno successivo che, prima facoltà di medicina veterinaria in Italia, Udine ha applicato la riforma del 3+2. E' per questo che io sono il primo dottore magistrale (cioè con laurea specialistica) in acquacoltura in Italia». La scelta tra animali terrestri o acquacoltura ha dovuto farla al secondo anno e non ha avuto dubbi. «Il settore veterinario si sta un po' saturando», nota. «Qui siamo vicino al mare e ho pensato ci fossero più sbocchi e prospettive. Infatti iscritti al corso i primi giorni eravamo 4 o 5, poi siamo arrivati a 8-9. Pochissimi». Il che può essere un bene ma anche un male. «Sei ultraseguito - racconta Marco - e a lezione fai anche metà di quello che devi fare a casa. Poi hai un ottimo rapporto con i professori, hai il loro numero di cellulare, gli dai del tu... E' tutto molto diverso da quell'idea di università con aule da 400 posti piene e con i professori che ti considerano un numero. Noi ci conosciamo tutti, se non andavamo a lezione ci telefonavano... Ma questo significa anche avere meno libertà: si è molto vincolati e controllati. I professori si ricordano se c'eri o non c'eri, e spesso ne tengono conto all'esame. Ma io per fortuna non ho mai avuto di questi problemi». Quello di Udine attualmente è l'unico ateneo in Italia ad avere questa impronta specialistica in acquacoltura. «Siamo diversi dai veterinari, diversi dai biologi marini: il nostro compito specifico sarebbe quello di controllare il raggiungimento della taglia specifica di un pesce perché possa essere messo nel mercato."Fonte:GV online
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Declino italico
27-3-2006
Dal 1970 ad oggi l’Italia ha perso 14 posti nella classifica dei paesi produttori nel settore pesca e acquacoltura. Con oltre ottomila chilometri di coste, però, l’attività ittica rimane forte e radicata sul territorio.
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Nasce in Sardegna un marchio per i prodotti ittici
27-3-2006
"Nasce il marchio per i prodotti ittici. Un’iniziativa che vuole valorizzare questo patrimonio isolano con azioni innovative nella pesca e nell’acquacoltura. L’obiettivo è quello di creare un sistema per il miglioramento e il controllo della qualità, della rintracciabilità, delle condizioni sanitarie e dell’impatto ambientale. L’iniziativa, promossa dall’assessorato regionale dell’Ambiente, è inserito nel Por Sardegna 2000-2006 e vuole certificare la qualità dei prodotti ittici sardi con un marchio che potrà essere concesso ad associazioni o consorzi di produttori ittici che si impegnano a rispettare appositi disciplinari di produzione valorizzando e rendendo chiaramente riconoscibili i prodotti. OBIETTIVI. Con questo progetto si vuole stimolare la collaborazione di chi gravita nel settore perché ci sia una partecipazione diretta alla definizione del sistema di garanzia e certificazione della qualità dei prodotti ittici. L’iniziativa vuole anche individuare un sistema di norme che porti alla stesura di disciplinari di produzione: il marchio sarà accompagnato da un logo. GLI INTERESSATI. Coinvolgere ed informare gli operatori della filiera della pesca e della acquacoltura (organizzazioni di categoria, associazioni dei consumatori, enti pubblici) è considerato fondamentale da chi promuove questa iniziativa che vuole arrivare ad un “Sistema di garanzia e certificazione della qualità per i Prodotti ittici della Sardegna”: gli operatori saranno coinvolti anche sulla base della loro rappresentatività produttiva. Partner dell’iniziativa sono il Centro servizi promozionali per le imprese, azienda speciale della Camera di commercio di Cagliari, il Dipartimento di Biologia animale dell’Università di Cagliari, il dipartimento di Botanica e quello di Scienze ambientali dell’Università di Sassari. LO STUDIO. Ci sarà una fase preliminare per poi giungere a un disciplinare di produzione per prodotti ittici lagunari pescati nelle lagune e??????E??Nasce il marchio per i prodotti ittici. Un’iniziativa che vuole valorizzare questo patrimonio isolano con azioni innovative nella pesca e nell’acquacoltura. L’obiettivo è quello di creare un sistema per il miglioramento e il controllo della qualità, della rintracciabilità, delle condizioni sanitarie e dell’impatto ambientale. L’iniziativa, promossa dall’assessorato regionale dell’Ambiente, è inserito nel Por Sardegna 2000-2006 e vuole certificare la qualità dei prodotti ittici sardi con un marchio che po negli stagni costieri, per molluschi bivalvi prodotti e pescati in ambiente naturale, per crostacei prodotti e pescati in ambiente naturale e in allevamento, per pesci d’allevamento prodotti e pescati in ambienti controllati dall’uomo. Per ciascuna di queste “linee-prodotto” verrà creato un gruppo tecnicoscientifico che avrà il compito di elaborare il disciplinare di produzione. Ogni gruppo studierà aspetti connessi alle specie, alla loro localizzazione, alle condizioni degli ambienti, alle tecniche di pesca, alla conservazione, alla trasformazione e alla vendita, nonché alle caratteristiche merceologiche delle specie considerate. È sempre più sentita», spiega Nino Fadda, presidente del Centro servizi, «l’esigenza di introdurre, anche nel settore ittico, un sistema di marchi e procedure di certificazione che garantiscano la qualità dei prodotti in vendita, tutelando il consumatore e ponendolo in condizione di operare scelte sicure e consapevoli. Per noi questo progetto è importante, perché contribuisce alla costituzione di accordi di filiera che favoriscono il contatto tra tutti i segmenti, dai pescatori ai distributori per arrivare ai ristoratori». LINEE GUIDA. Dovranno contenere le modalità di concessione e di utilizzo del marchio, individuare e contrastare l’uso scorretto del marchio, prevedere le attività di vigilanza sull’uso del marchio. Con le Linee verrà realizzato anche il “Manuale guida” per l’applicazione dei sistemi di autocontrollo. Il progetto», aggiunge Fadda, «si colloca tra le nostre attività istituzionali anche nella prospettiva di intensificare le attività di regolazione del mercato e di certificazione di prodotto, già avviate con la precedente creazione del marchio collettivo “Qualità Certificata” per i prodotti agroalimentari ed artigianali»."Fonte:L'Unione sarda
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GAETA: I tecnici della Regione hanno adottato la decisione: una rosa di tre opzioni
27-3-2006
"Delocalizzazione degli impianti di itticoltura, il gruppo tecnico è ormai alle battute finali. Dopo un susseguirsi di incontri diretti alla realizzazione del progetto di delocalizzazione nel Golfo di Gaeta il lavoro sembra essere volto al termine. I tecnici, indicati dalla Regione Lazio, avrebbero infatti individuato tre zone del Golfo di Gaeta nelle quali potrebbero essere posizionati gli impianti. All’interno di ciascuna area pare siano state formulate ipotesi di localizzazione degli impianti di itticoltura valutando aspetti tecnici, economici, ambientali e vincoli relativi ai trasporti marittimi e servitù militari. Partendo dalla valutazione dell’adeguatezza o meno della seconda zona, il gruppo di lavoro l’avrebbe ritenuta inidonea in quanto il posizionamento dell’allevamento di mitili al suo interno comporterebbe per l’Autorità marittima l’emissione di provvedimenti volti a precludere la libera ed agevole fruizione del mare con conseguente potenziale pericolo per i naviganti. Si tratterebbe di un’area che provocherebbe intralcio alle rotte commerciali di accesso per le navi al porto commerciale, al pontile Eni e alle banchine del porto militare di Gaeta, ma anche al porto di Formia che, oltretutto, necessita di libero accesso soprattutto nel periodo estivo a causa dei collegamenti con le isole ponziane e del traffico dei natanti da diporto. Inadeguata sembra essere stata considerata anche la zona denominata «terza», in quanto l’ipotesi di posizionale gli impianti di itticoltura in prossimità dell’area già destinata all’allevamento dei tonni non risulterebbe possibile a causa della difficile convivenza dell’allevamento di tonni con l’itticoltura. Come conclusione i tecnici regionali hanno ritenuto che unica collocazione possibile sembrerebbe essere la prima zona, la stessa individuata dalla Regione Lazio con decreto numero 61 del 2005. Una scelta basata anche sulla considerazione del fatto che in quell’area è stato già acquisito il nulla osta militare. Si tratta, però, di un’opzione da perseguire tenendo presenti due obiettivi volti ad ottimizzare la disposizione degli impianti e diminuire l’impatto ambientale; prima di tutto è stato ritenuto che l’area individuata dovrebbe essere arretrata rispetto alla spiaggia di Vindicio e sarebbe, inoltre, stata evidenziata l’esigenza di un monitoraggio ambientale continuo così da valutare costantemente l’impatto degli impianti sull’ecosistema marino. Essendo la delocalizzazione nata dalla necessità di un processo di innovazione strategica dell’acquacoltura nel Golfo di Gaeta, il gruppo tecnico ha anche preso in considerazione l’eventualità che, trascorsi cinque anni, potrebbe ritenersi necessario procedere alla rilocalizzazione. Una eventualità quest’ultima da valutare in base alle esigenze delle imprese, ma sempre e soprattutto dell’ambiente. Accertato quale sia, nel suo insieme, la zona più idonea ad accogliere gli impianti per il raggiungimento dell’obiettivo di una nuova superficie che sia lontana dalla costa, nella stessa area individuata sono state indicate due sub-aree, una di oltre 294mila metri quadrati da destinare all’itticoltura, l’altra di oltre 747mila metri quadrati per la mitilicoltura. All’interno di ciascuna zona itticoltori e mitilicoltori dovranno proporre, all’atto della richiesta di concessione, l’ubicazione prevista degli impianti, ritenuta più idonea dal punto di vista dell’utilità della propria impresa e nel rispetto dell’impatto ambientale."Fonte:Il Tempo
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La Pesca e l'Acquacoltura nel programma regionale delle Marche
27-3-2006
"La giunta regionale ha deliberato l'approvazione delle norme per gli interventi 2006 nel settore della pesca e dell'acquacoltura e definito gli ambiti di operativita` (secondo L.R. 13/5/2004, n.11 articolo 5).Tra le linee di azione predisposte dalla Regione, la gestione dei finanziamenti comunitari che sono destinati al settore: acquacoltura, attrezzatura dei porti da pesca, trasformazione e commercializzazione del pescato. Fondi anche per la promozione dei prodotti della pesca, in particolare per incentivare il consumo del pesce azzurro. In questa direzione vanno alcune azioni a risonanza regionale, come incontri e partecipazione a fiere e workshop tra operatori, realizzate in collaborazione con enti locali. Inoltre, e` stato indetto anche per quest'anno il bando di accesso ai finanziamenti per la ristrutturazione e l'ammodernamento della flotta peschereccia. Sono state poi previste polizze assicurative per danni alle attivita` di pesca in considerazione delle necessita` degli operatori di fronteggiare eventi calamitosi che possono provocare seri danni economici. Il programma mira anche ad incentivare l'occupazione nel settore e garantire un adeguato ricambio generazionale con la piena attuazione della misura 'peschiamo il futuro' che coinvolge le associazioni di categoria in collaborazione con enti di formazione accreditati." Fonte:Ilmascalzone.it
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WWF: a Trieste nasce centro studi mare e coste
8-3-2006
Un organismo di ricerca sull'ambiente marino e costiero chiamato Cesmar (Centro studi mare e coste) è nato all'Area science park di Padriciano (Trieste) per iniziativa del Wwf e del Centro di ecologia tecnica applicata (Ceta), già attivo a Trieste e Udine. Fine ultimo dell'istituto - hanno spiegato Wwf e Ceta in una nota - è quello di indagare sulle possibilità di sviluppo sostenibile per il mare e per la costa, analizzando le soluzioni avanzate ed eco-compatibili per la gestione integrata della fascia costiera e proponendo, in particolare, modelli gestionali a base scientifica per le aree protette. Fonte:Leggi l'articolo completo
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