Possiamo definire l’acquacoltura come l’allevamento di organismi marini o di acqua dolce attraverso l’impiego di tecniche colturali il cui scopo è di aumentare, al di là della capacità produttiva naturale dell’ambiente, la produzione di pesci, crostacei, molluschi e vegetali acquatici che rimangono di proprietà dell’allevatore durante il periodo dell’allevamento (Amerio e Elli, 1996).
Questa definizione, ripresa dai lavori della Comunità Europea, riassume in modo convincente i diversi aspetti che caratterizzano questa attività e la distinguono dalla pesca o dalla zootecnica classica: essa consiste quindi nell’allevamento di organismi acquatici e si esplica con il controllo, parziale o totale, del ciclo di sviluppo di tali organismi sia direttamente (riproduzione, alimentazione, protezione da predatori) sia indirettamente (interventi sull’habitat, sulla genetica). Alcuni autori invece hanno preferito adottare definizioni più specifiche: qualcuno (Ghittino, cfr. Giordani e Melotti, 1994) sottolinea la pratica dell'allevamento di specie ittiche di maggior pregio economico (evidenziando il fine commerciale) e fisiologicamente più note (d'altra parte la ricerca spetta agli enti preposti); altri (Ravagnan, 1985) ritengono che l'acquacoltura attenga alla produzione di beni utili alla esistenza umana con una produzione netta di alimenti (ossia il bilancio energetico finale tra risorse ottenute e risorse utilizzate deve essere positivo). Quest'ultimo aspetto va ricollegato al problema, assai sentito, di praticare allevamenti a basso impatto ambientale che non distruggano più energia di quanta ne producano.
La pratica dell'acquacoltura (Pillay, 1993) è utile per:
Un aspetto particolarmente critico dell’acquacoltura, soprattutto nella realizzazione e nella gestione degli allevamenti, è la necessità di coordinare l’intervento di specialisti di svariati rami i quali devono risolvere specifici problemi del complesso sistema acquicolo. Tali interventi riguardano le necessità di approvvigionamento e smaltimento delle acque, le caratteristiche fisico-chimiche delle acque in entrata ed in uscita, gli aspetti fisiologici (riproduzione, nutrizione, comportamento) e patologici degli organismi, la gestione delle risorse umane e tecniche, le conoscenze giuridiche, economiche e finanziarie, la progettazione, realizzazione, manutenzione e miglioramento di vasche, magazzini, edifici e sistemi automatici di controllo e gestione, il tutto nel rispetto delle vigenti norme di legge, delle necessità biologiche degli organismi, della economicità dell'impresa.
Nelle aziende più grandi sono spesso presenti figure professionali specializzate (ad es. il biologo, il veterinario) mentre in quelle più piccole i gestori dell'impianto sono affiancati da consulenti esterni, dalle associazioni di categoria, dai fornitori (es. di mangimi e di ossigeno liquido). In ogni caso è presente la convinzione, compresa anche dagli Enti preposti allo sviluppo del settore (FAO, Comunità Europea, etc), di dover impiegare personale preparato e motivato, che sappia intervenire con decisione in ogni momento, anche di notte o in avverse condizioni climatiche, per ogni eventualità che si presentasse (Saroglia et altri, 1994).
I criteri di classificazione dell’acquacoltura sono svariati (Pillay, 1993) e tra i più comunemente adottati vi sono i seguenti.
Vengono in genere distinti in base alla densità di biomassa presente in acqua o alla quantità e qualità degli interventi umani:
Le origini della piscicoltura sono testimoniate da alcuni bassorilievi trovati in Egitto risalenti al 2.500 a.C. che mostrano pesci allevati in uno stagno e dagli scritti di un cinese, un certo Fan Lei (500 a.C.) che indica l'acquacoltura come fonte delle sue cospicue ricchezze (Pillay, 1993). Anche Etruschi e Romani nelle città si dilettavano ad allevare e addomesticare i pesci che servivano ad abbellire le case dei patrizi e nelle vaste aree lagunari di Lazio, Toscana e Veneto erano diffusi gli allevamenti di pregiate specie ittiche in vasche collegate al mare mediante canali artificiali. Un secondo periodo di sviluppo in Europa si ha nel Medio Evo, allorquando si introduce la coltivazione della carpa comune e della trota all'interno dei monasteri. Tale pratica perde il carattere prettamente sussistenziale quando, con il fiorire degli studi naturalistici, dal 1700 in poi iniziano ad essere approfonditi gli aspetti della riproduzione animale, pesci compresi. Nel 1851 nasce il primo allevamento di trote (in Francia) e successivamente il primo in Italia nel 1860, proprio grazie alla possibilità di controllare e ottenere la riproduzione in modo artificiale (Giordani e Melotti, 1994).
Sul finire del secolo si afferma anche la vallicoltura, ossia la gestione delle lagune costiere del litorale veneto-romagnolo, con ricchi trattati di biologia ed economia agraria. I pionieri del settore avviano le prime iniziative imprenditoriali alle quali associano prestigiosi e attrezzati istituti "privati" di ricerca che dovevano sopperire al ritardo della ricerca pubblica. Verso gli anni '70-'80 l'acquacoltura si afferma in modo definitivo (Gruppo di lavoro, 1994), in particolare al Nord, con l'introduzione di nuovi sistemi di allevamento e la scoperta di raffinate tecniche di riproduzione artificiale. Gli incoraggianti risultati richiamano l'attenzione di grossi gruppi industriali che vedono nell'acquacoltura una possibile fonte di facili e veloci profitti, tanto che un diffuso e autorevole settimanale (Corsentino, 1981), dedica un articolo a "quel branzino d'oro" che consentirebbe guadagni del 25% annui con un minimo investimento (una trentina di milioni dell'epoca, 85 milioni attuali). In realtà l'acquacoltura richiede profonde conoscenze in svariati campi della scienza e decenni di ricerca non permettono ancora di considerarla una attività priva di rischi biologici e tecnici. Se a ciò aggiungiamo i rischi economici legati all'apertura mondiale dei mercati, con la concorrenza di paesi meglio dotati di risorse ambientali o più spregiudicati nello sfruttarle, allora è necessaria grande cautela prima di entrare in un settore che, comunque, rappresenta la nuova frontiera per l'ottenimento di proteine animali.
6. CARATTERI DELL'ACQUACOLTURA
Il ciclo vitale di un organismo acquatico comincia con la schiusa delle uova, fecondate dal maschio subito dopo essere state deposte dalla femmina. Il numero di uova lasciate varia da specie a specie: da poche migliaia (trota) a qualche centinaio di migliaia (carpa) a 1-2 milioni (storione); in genere, per fare dei confronti, si indica il numero medio di uova deposte da 1 Kg. di femmina. Il periodo riproduttivo (frega) cade in un solo periodo dell'anno (per molte specie primavera-estate) perciò nei riproduttori si stimola l'attività sessuale per avere la produzione di uova in più periodi. Dopo la schiusa la larva inizia a nutrirsi del proprio sacco vitellino per passare poi a piccoli organismi planctonici e, in cattività, allo svezzamento con mangimi artificiali; al secondo mese (per la spigola) l'avannotto può essere seminato in vasche di pre-ingrasso e successivamente diretto all'ingrasso fino al raggiungimento della taglia commerciale. La taglia commerciale è la dimensione (espressa generalmente in peso o in lunghezza) che il mercato gradisce maggiormente: questa grandezza varia da mercato a mercato e ogni specie necessita di un particolare arco di tempo prima di raggiungere il peso ottimale (es. anguilla 36-48 mesi). Durante l'accrescimento devono essere predisposte periodiche cernite degli organismi in vasca affinché nello stesso bacino siano presenti solo pesci della stessa taglia e non si verifichino episodi di cannibalismo (in modo analogo le maglie delle reti per i mitili dipendono dalla grandezza dei mitili stessi). La funzione primaria è la sopravvivenza dell'organismo, la quale dipende da svariati fattori, quasi tutti collegati all'acqua: salinità, temperatura, velocità di ricircolo, ossigeno disciolto, cibo, predatori, malattie.
In modo analogo l'ossigeno disciolto nell'acqua ha benefici effetti sull'attività degli organismi, anche se ogni specie ha un diverso limite minimo vitale; la circolazione dell'acqua permette sia l'ossigenazione sia lo smaltimento dei rifiuti. Alcuni dei parametri sopra elencati (ossigeno, cibo, ricircolo d'acqua) assumono rilievo non tanto in valore assoluto ma in relazione alla biomassa presente nel bacino, in altre parole alla massa di organismi allevati (data dal prodotto tra il numero di elementi e il peso di ciascuno): ossigeno e cibo devono essere sufficienti per alimentare tutti gli organismi in modo soddisfacente.
Rispetto agli animali terrestri, gli organismi acquatici hanno un metabolismo più semplice e una maggiore facilità di movimento, il che consente loro di ridurre i consumi energetici e permette un tasso di accrescimento superiore, in alcuni casi vicino ad un rapporto di 1:1 (un kg. di pesce si ottiene con 1 Kg. di alimento somministrato).
| Animale | Kg di alimento per avere 1 Kg di prodotto | Kcal sommini-strate per avere 1 Kcal di prodotto |
| Pesci |
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| Polli |
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| Maiali |
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| Agnelli |
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Il rendimento lordo va però depurato del cibo che il pesce si procura dalla rete trofica del bacino in cui vive, anche se ciò è rilevante quasi esclusivamente negli impianti semi-intensivi, dove coesistono alimentazione naturale e artificiale. Inoltre l'allevamento in acqua sfrutta tre dimensioni anziché due come nella zootecnia classica, perlomeno fino a quelle profondità che non ostacolino la sopravvivenza degli animali.
7. RELAZIONI CON LA ZOOTECNIA…
La relativa giovinezza dell'acquacoltura come attività economica comporta spesso un suo difficile inquadramento nell'ordinamento giuridico, negli studi economici, persino nelle rilevazioni statistiche.
In Italia, dal 1992, l'acquacoltura è considerata giuridicamente attività agricola (se costituisce attività principale) equiparata all'allevamento di bestiame: ciò è giustificato dal fatto che la produzione è senza dubbio di tipo zootecnico perché riguardante animali (seppur non viventi sul suolo). Inoltre l'allevatore corre come ogni imprenditore agricolo (Campobasso, 1993) un doppio rischio: economico (di non coprire i costi con i ricavi per errori gestionali o per situazioni di mercato) e ambientale (per l'esposizione a calamità naturali, particolarmente incontrollabili nell'ambiente acquatico). La crescente produttività degli impianti di acquacoltura è stata favorita dai rapidi progressi scientifici fatti dagli istituti di ricerca pubblici, dalle Università e dagli stessi acquacoltori che hanno sperimentato sul campo tecniche innovative o piccoli miglioramenti, sfruttando il proprio back-ground culturale. Anche se ancora non si è arrivati alla creazione di razze dedicate esclusivamente ad una particolare attività quali la riproduzione o l'accrescimento (non si può parlare di razze da lavoro, da latte o da uova per i pesci), la ricerca sta cercando di sviluppare le caratteristiche di resistenza agli stress e di accrescimento accelerato. C'è cautela invece nell'introduzione di specie non autoctone (non originarie del posto) perché una loro eventuale fuga (evento non raro) dalle zone in cui sono confinate potrebbe causare il diffondersi di malattie, potrebbe alterare il patrimonio genetico o i delicati equilibri dell'ecosistema, come già è accaduto in Italia con la presenza nel Po del siluro (Miraaf, 1997), un pesce "gigante" di 3 metri capace di attaccare e uccidere piccoli rettili e roditori che vivono lungo le rive del fiume. Esempi fortunati di introduzione sono stati quelli della trota iridea (di provenienza americana) e la vongola verace asiatica (tapes Philippinarium), due tra le specie più allevate in Italia.
Da un punto di vista commerciale l'acquacoltura è certamente in relazione con la pesca in quanto i prodotti allevati e catturati concorrono sullo stesso mercato, essendo spesso della stessa specie ed è non agevole, se non impossibile, distinguerli. La pesca però consiste nell'acquisizione di risorse alimentari acquatiche senza che l'uomo effettui interventi attivi durante il ciclo vitale degli organismi che cattura: il pescatore si limita a catturare degli esseri viventi scaturiti da processi naturali (Ravagnan, 1995) e solo recentemente ha cominciato a mettere in atto comportamenti attivi nella cura dell'ambiente, quali il fermo biologico. Al contrario l'allevatore, con diversi gradi di intensità, controlla l'ambiente oppure una o più fasi dello sviluppo degli organismi (riproduzione, accrescimento) e a volte può non essere facile distinguere i confini tra la pesca artigianale costiera e i più semplici allevamenti estensivi. Un carattere distintivo (Ravagnan, 1995) è l'azione della "semina", cioè l'introduzione e il confinamento in una certa area di organismi suscettibili di accrescimento e utilizzabili dall'uomo. Un'altra peculiarità è quindi nel diritto esclusivo di proprietà (FAO, 1991) che l'allevatore può vantare sugli organismi viventi presenti nel "suo" (per proprietà o concessione) territorio, a differenza dei banchi naturali di pesce che in acque pubbliche sono di tutti. Da un punto operativo la distinzione tra pesca e acquacoltura è forse più facile, perché l'allevatore può scegliere quali specie allevare, quali specie e taglie raccogliere e quando farlo, al contrario del pescatore che ignora quantità e qualità del pescato finché non controlla cosa è finito nella rete.
GIANLUCA PANICCIA, aprile 1998