L'Italia, pur essendo una penisola con forte vocazione marinara, bagnata per quasi 8.000 Km dal mare, ricca di bacini di acqua dolce, non è un grosso consumatore di prodotti ittici (secondo la FAO ha una disponibilità annua pro-capite intorno ai 22,2 Kg.) eppure fa largo ricorso alle importazioni (5° paese nel mondo) che genera un forte disavanzo nella bilancia commerciale (oltre 3.000 miliardi di lire nel 1994). Negli ultimi anni il consumo di pesce è cresciuto in modo considerevole ma la domanda è stata soddisfatta principalmente con le importazioni, visto che né la pesca né l'acquacoltura sono riuscite, per ragioni diverse, a mantenere i necessari ritmi di sviluppo. Per spiegare il basso livello e la disomogenea distribuzione territoriale dei consumi occorre considerare la storica frammentazione dei punti di sbarco (se ne calcolano circa 800) del pescato nonché la numerosità dei mercati ittici costituiti con la legge 1487 del 1938 che non riescono a concentrare la produzione come vorrebbe la moderna distribuzione che deve rifornire le località lontane dalla costa (ISMEA, 1997). L'acquacoltura, in quanto tecnica produttiva, non è la soluzione dei problemi sopra esposti però ha in sé delle caratteristiche che la rendono compatibile con le esigenze dei consumatori e della moderna commercializzazione.
Nel comparto pesca e acquacoltura sono impiegati poco meno di 79.000 addetti che generano un fatturato annuo di 9.500 miliardi di lire tra pesca, acquacoltura, industria di trasformazione e conservazione, importazioni, ai quali vanno aggiunti gli operatori dell'indotto.
I dati raccolti dall'ISTAT attraverso il censimento generale dell'Industria e dei servizi nel 1991 sono alquanto differenti: risultano infatti censite 7.358 imprese di pesca con 22.177 addetti più 544 imprese di acquacoltura che impiegano 2.390 persone. A causa della varietà di criteri valutativi, risulta difficoltoso un confronto con il contiguo settore agricolo, anche se è evidente come la produttività degli addetti alla pesca e ancor di più all'acquacoltura siano nettamente superiori, stante il carattere capital-intensive delle aziende di allevamento (Miraaf, 1997).
Secondo il Ministero delle Risorse Agricole Alimentari e Forestali, la sola acquacoltura italiana nel 1995 aveva una struttura produttiva composta da circa 1.300 allevamenti (un migliaio dei quali destinati a piscicoltura intensiva), con 8.000 addetti (escluso l'indotto), una produzione di 258.000 tonnellate per un valore di 711 miliardi di lire. La conformazione dell'Italia è tale da poter comprendere tutte le più comuni tecniche di allevamento (intensivo, estensivo, maricoltura), nei diversi ambienti (acque interne, salmastre e salate), con una gamma di 11 specie comunemente allevate per l'alimentazione umana più un'altra decina in fase di sperimentazione o di avvio.
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Trota iridea | Onchorynchus mikiss |
50.000
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40.330
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| Carpa | Cyprinus carpio |
600
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360
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| Pesce gatto | Ictalurus |
1.800
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2.000
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| Storione | Arcipenser |
500
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250
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| Altri pesci |
1.000
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3.400
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Spigola o branzino | Dicentrarchus labrax |
3.600
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3.600
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| Anguilla europea | Anguilla anguilla |
3.000
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3.000
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| Cefalo | Mugil cephalus |
3.000
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3.000
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| Orata | Sparus aurata |
3.200
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3.100
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Mitili | Mytilus galloprovincialis |
132.000
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95.000
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| Vongole veraci | Tapes philippinarum |
60.000
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65.800
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| Crostacei | Gamberone o mazzancolla | Penaeus monodon e japonicus |
0
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25
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258.700
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219.865
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Ai dati sopra esposti è corretto aggiungere i pesci allevati per scopi ornamentali e per il ripopolamento, le alghe (circa 5.000 tonnellate annue) e gli impianti destinati esclusivamente alla riproduzione e allo svezzamento delle specie allevabili.
Le attività della filiera pesca e acquacoltura sono state per la prima volta inserite in un quadro normativo unitario con la legge 41/82 definita "Piano per la razionalizzazione e lo sviluppo della pesca marittima" con la quale sono stati creati alcuni Comitati e Istituti (tra cui l'ICRAM, Istituto Centrale per la Ricerca Marina) e sono state date le linee guida per il raggiungimento dei seguenti scopi:
L'attenzione del Ministero si è rivolta sempre più verso l'acquacoltura, nel tentativo di incoraggiare nuove strategie di distribuzione dei prodotti, la tutela del consumatore, la individuazione di modelli produttivi compatibili con le politiche ambientali, l'ammodernamento degli impianti per ridurre i costi ed accrescerne l'efficienza.
La prima normativa rivolta esclusivamente agli allevamenti di specie ittiche in Italia è stata la legge 102/92 secondo la quale l'acquacoltura esercitata in acque dolci e salmastre è considerata a tutti gli effetti attività imprenditoriale agricola se i redditi che ne derivano sono prevalenti rispetto a quelli di altre attività non agricole eventualmente svolte dallo stesso soggetto. E' pertanto evidente come resti esclusa l'acquacoltura in mare, la quale continua ad essere inquadrata come attività industriale di pesca; la disparità di trattamento preclude una visione d'insieme del settore acquacoltura ed è solo in parte giustificata, perché in entrambi i casi il fattore di produzione resta l'acqua e analoghi sono molti degli strumenti, delle conoscenze necessarie per lo svolgimento dell'attività e dei rischi connessi.
Sul finire del 1992 sono stati emanati tre provvedimenti, in attuazione di altrettante direttive comunitarie, riguardanti norme sanitarie per la commercializzazione dei prodotti della pesca e dell'acquacoltura.
Il decreto legislativo n°531 del 30 dicembre 1992 detta le norme sanitarie applicabili alla produzione, lavorazione e commercializzazione dei prodotti ittici destinati al consumo umano, disciplina il numero CEE di riconoscimento veterinario che deve accompagnare i prodotti trattati negli stabilimenti e negli impianti collettivi per le aste e i mercati ittici autorizzati (istituendo in qualche modo un marchio che indica la provenienza della merce), dopo averli sottoposti a controllo sanitario; nello stesso provvedimento vengono date le definizioni di prodotto dell'acquacoltura e di altri termini usati per l'indicazione del trattamento subito dai prodotti ittici (es. fresco, trasformato, conservato), il confezionamento e il trasporto.
Il decreto legislativo n° 530 riguarda invece i molluschi bivalvi (mitili, vongole) vivi fissando i requisiti igienico-sanitari delle acque in cui si allevano e si catturano tali specie prima che si possano immettere sul mercato comunitario: in particolare vengono definite le zone di produzione, di stabulazione, di depurazione e i centri di spedizione autorizzati.
Infine il D.P.R. 555, sempre del dicembre 1992, indica altre norme di polizia sanitaria per l'immissione sul mercato dei prodotti dell'acquacoltura, i quali non devono presentare segni clinici di malattia, non essere stati destinati a distruzione o uccisione per l'eradicazione di malattie conclamate e non devono provenire da aziende situate in zone non riconosciute ai fini della polizia sanitaria.
Il decreto legislativo n° 535/96 ha finalmente posto fine ad una lunga polemica sui canoni demaniali che gli allevatori devono pagare per poter utilizzare spazi concessi dal demanio e che rischiava di provocare la crisi economica a molte aziende del settore; è stato stabilito un prezzo di 5 lire al metro quadro per la gli spazi in mare e 20 lire al metro quadro per gli impianti a terra (Monacelli, 1996).
Per determinare entità e andamento della produzione ittica in Italia occorre consultare diverse e spesso discordanti fonti che non sempre riescono ad offrire un quadro attendibile della situazione. Per quanto riguarda le catture da pesca marittima, lagunare e in acque interne in un'ottica storica, sono stati utilizzati i dati ISTAT contenuti nelle statistiche della pesca, rilevati presso punti di sbarco, mercati ittici e comuni nei pressi dei laghi, quindi compresa la mitilicoltura ma esclusa l'acquacoltura. Tra il 1980 e il 1995 la produzione complessiva è scesa da 401mila tonnellate a 365mila (-10%) dopo aver raggiunto un massimo di 439mila nell'85 ed un minimo di 345mila nel '90; le catture di pesci e crostacei hanno avuto un analogo andamento mentre sono sempre cresciuti i quantitativi catturati di molluschi (ma è bene ricordare che è compresa la mitilicoltura). Nelle acque interne le catture sono passate da 9.500 tonnellate a 7.000, con un minimo di 5.900 tonnellate nel 1993.
Anche secondo la FAO tra il 1988 e il 1995 la pesca nazionale ha registrato un calo pari al 13%, a causa del crollo (-15%) nel triennio 88-90 a fronte di una ripresa negli ultimi anni. Seppure a livelli differenti, ISTAT, Fao e Ismea confermano una ripresa delle catture tra il '90 e il '95. In modo analogo, la produzione ittica complessiva è in aumento dal 1990 a oggi, addirittura del 26% in quantità e dell'11% in valore per l'Ismea, del 5% e del 12% per l'ISTAT e del 16% in quantità per la FAO.
La flotta peschereccia italiana, una delle più grandi d'Europa, è caratterizzata da molte piccole imbarcazioni di vecchia costruzione, comunque idonee per la maggior parte delle tecniche di pesca adottate nei pressi dei litorali italiani. Negli ultimi anni, oltre alla riduzione della capacità di pesca (minor tonnellaggio complessivo), la politica italiana si è orientata verso altre misure quali il fermo pesca, ottenendo risultati assai soddisfacenti sulla costa adriatica (Miraaf, 1997)
Nell'ambito della produzione ittica nazionale, l'acquacoltura è andata ricoprendo un ruolo sempre più rilevante ed incisivo tanto che per l'ISMEA il suo peso è passato dal 21,5% al 31% in quantità e dall'11,8% al 16,9% in valore in appena 5 anni e per la Fao l'Italia è il secondo paese al mondo per l'incidenza dell'allevamento sulla produzione. Restringendo l'analisi alle sole specie oggetto d'allevamento (gamberi esclusi), il peso del prodotto allevato è ancora più accentuato in quanto il prodotto pescato è diventato una componente minore dell'offerta sul mercato: anche se l'unica specie esclusivamente allevata è la trota, nel suo complesso il 76% delle quantità commercializzate provengono dalla acquacoltura.
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Non è stato possibile estrapolare dati completi su eventuali differenze di prezzo tra il prodotto allevato e quello pescato, anche perché in molti casi essi vengono presentati al consumatore senza alcuna indicazione circa la loro provenienza (allevamento o pesca , nazionale o estero) ed è comunque difficile riconoscerli l'uno dell'altro. Una prima indicazione si può ricavare dall'andamento dei prezzi di spigole e orate secondo la Fao e l'ISTAT: in entrambi i casi, nel periodo considerato, i valori di pesce allevato sono scesi del 20% ma ancor di più sono calati i prezzi del pescato che, pur rimanendo leggermente superiori, tendono ad allinearsi verso il basso. Passando invece ai dati pubblicati sul Sole-24 Ore relativi alle rilevazioni effettuate nel 1997 presso il Mercato ittico all'ingrosso di Milano (il più grande d'Italia), le spigole d'allevamento sono state quotate tutti i giorni mentre quelle pescate appena la metà delle volte, però hanno spuntato un prezzo medio di 39.000 lire contro le 27.000 del prodotto allevato. In modo analogo le vongole veraci d'allevamento sono state quotate nel 95% dei casi con un prezzo medio di 7.400 lire, al contrario delle vongole pescate presenti solo 15 volte su 100 ma con una valutazione media di 9.450 lire.
I molluschi (mitili e vongole) sono il gruppo maggiormente allevato in Italia, essendo giunti a coprire, nel 1995, una quota pari al 73% del totale nazionale dell'acquacoltura, grazie ad un ritmo di crescita dell'8% annuo dal 1988 ad oggi, in seguito all'introduzione della vongola verace filippina e nonostante la perdurante assenza dell'ostrica.
A grande distanza seguono i pesci d'acqua dolce (trota, carpa, storione, pesce gatto) con un peso del 21% e una crescita del 41% e infine i pesci d'acqua salata che, nonostante il grande interesse e gli sforzi compiuti dalla ricerca, hanno avuto "solo" una performance del 34% in 7 anni. Quasi insignificanti, e segnalati in diminuzione, i crostacei, per i quali ancora si scontano alcune difficoltà tecniche di ambientamento al nostro clima e i concorrenziali costi ridotti delle produzioni asiatiche (Romagnoli, 1996). I dati espressi in valore riflettono i differenti prezzi medi delle specie, per cui i molluschi vedono ridursi la propria quota pur restando il gruppo più sostanzioso (358 miliardi) e più in crescita (18% annuo)
Oltre il 70% degli impianti di allevamento intensivo sono concentrati nel Nord Italia e di essi 692 sono nel Nord-est e 222 nel Nord-ovest; leggermente inferiore è il numero di impianti nel Sud (sono 219) la maggioranza dei quali destinati alla crescita dei mitili. Considerando invece le superfici adibite a vallicoltura estensiva, la metà degli oltre 63.000 ettari sono situati nel Nord-est (15.800 in Veneto, 15.000 in Friuli), il 21% nel Sud (essenzialmente Puglia) e il 17% nelle Isole.
La dislocazione degli impianti influisce sulla ripartizione geografica delle produzioni: passando ad analizzare le quantità, è sempre il Nord-est a dominare il mercato con una quota del 58%, precedendo il Sud fermo al 26%. Decisamente differente è la graduatoria in base al valore della produzione perché il Sud dimezza il proprio peso al 13% (in quanto specializzata principalmente sui mitili) a scapito di Nord-ovest e Centro. A livello di regioni, il Veneto occupa il primo posto con un output di 43.500 tonnellate e 135 miliardi, seguita, per le quantità, da Puglia, Friuli ed Emilia Romagna e da Friuli (88 miliardi), Emilia Romagna e Puglia per i valori.
I dati sopra riportati si riferiscono alla situazione rilevata nel biennio 93-94 da Api e Icram per cui è probabile che nell'ultimo triennio siano avvenute delle variazioni, anche considerevoli, nella distribuzione territoriale della produzione nazionale a causa dell'avvio a regime di grossi impianti nel Sud e nelle Isole.
La concentrazione dell'acquacoltura in poche e specifiche aree del nostro paese non è casuale ma è collegata alla presenza di determinati caratteri ambientali che rendono tali siti utilizzabili a fini produttivi.
L'Italia dispone di un invidiabile patrimonio idrico, ricca di bacini d'acqua dolce (fiumi e laghi), circondata dal Mar Mediterraneo per poco meno di 8.000 chilometri e dotata di una estesa catena di lagune e stagni d'acqua salmastra (circa 150.000 ettari) ideali per l'allevamento di specie eurialine.
La consistenza del patrimonio naturale è però affievolita da alcuni fattori che possono impedire o pregiudicare la riuscita delle iniziative d'acquacoltura, sia perché i parametri naturali condizionano la vita e la qualità degli organismi, sia perché la legislazione richiede requisiti minimi inderogabili (soprattutto per l'allevamento di molluschi) oppure impone vincoli alla realizzazione di strutture artificiali, per la salvaguardia dell'ambiente. Il primo aspetto riguarda la presenza di acque incontaminate, ossia biologicamente, chimicamente e fisicamente idonee. Nel 1995, sui 7.122 chilometri di coste italiane esaminate per la balneabilità, ben 2.610 (36,7%) erano ritenuti non balneabili per mancanza o insufficienza di analisi (17%), presenza delle foci di fiumi e torrenti (4%), di porti, aeroporti e siti militari e parchi marini (11%), per inquinamento (3%) (ISTAT, 1997).
L'acquacoltura, per l'utilizzo delle risorse idriche e del terreno deve tenere presente (Giovani & Impresa, 1995):
In base alla natura e alla disponibilità del terreno e delle acque l'allevatore può decidere quale sistema produttivo sia più idoneo ed economicamente conveniente per la pratica dell'acquacoltura.
La tradizionale tecnica della piscicoltura italiana è l'allevamento estensivo, praticato nelle valli da pesca e negli stagni salmastri e costieri, policolturale perché più specie (in genere orate, branzini, anguille e cefali) convivono nello stesso bacino e traggono nutrimento dalla cosiddetta rete trofica, senza alcun apporto di cibo da parte dell'allevatore. Si possono distinguere (Ravagnan, 1995) allevamenti con diversi gradi di sviluppo, da quelli primordiali (con pochi precari apprestamenti che servono solo a far entrare i pesci piccoli e a non farli uscire durante l'ingrasso), fino agli strutturati, gli attrezzati e gli integrati (in cui coesistono più cicli produttivi e più flussi idrici posti in serie attraverso una complessa gestione delle risorse idriche). In generale questo sistema richiede bacini di vaste dimensioni affinché la bassa resa per unità di superficie sia compensata da una produzione sufficiente a coprire i costi fissi di gestione e possa procurare un profitto all'impresa. La validità e l'importanza di questa tecnica però vanno oltre il semplice calcolo economico in quanto questi allevamenti sono spesso ubicati all'interno di zone protette per il loro valore ecologico e naturalistico e l'acquacoltura, se praticata con criteri compatibili, aiuta e stimola la conservazione del territorio (Miraaf, 1997). L'allevatore da parte sua sa che i suoi profitti dipendono dal modo in cui gestisce il territorio perché ogni alterazione della qualità delle acque o dell'ambiente circostante avrebbe irrimediabili conseguenze per i pesci allevati, non essendo possibile intervenire successivamente ad esempio somministrando vaccini od ossigenando l'acqua. In Italia la produzione da estensivo è leggermente calata negli ultimi anni a causa di vari fattori tra i quali la presenza di uccelli predatori (Miraaf, 1997), l'inquinamento delle acque, le difficoltà nel reperimento del novellame e, più in generale, nell'incremento dei costi di gestione che non permettono guadagni soddisfacenti, in relazione anche agli ingenti investimenti fondiari richiesti e alla incertezza sugli eventuali canoni demaniali da pagare. Il 70-80% dei costi da sostenere sono costituiti dal lavoro e dalla semina, in quanto gli allevatori in genere non hanno propri impianti di riproduzione artificiale e, se possibile, attirano nei propri bacini i giovani pesci (in particolare anguille) che tentano di salire dal mare verso le acque interne. Causa l'inquinamento e sbarramenti artificiali di altro tipo, la montata (risalita) è sempre più rara e quindi si deve fare ricorso ai mercati internazionali di approvvigionamento di novellame.
Nonostante le difficoltà e i problemi di gestione, varie fonti di calcolo economico (Di Genova, 1995 e Ravagnan, 1995) indicano dei costi di produzione al chilo inferiori a quelli sostenuti con altre tecniche: la convenienza economica degli impianti estensivi dipende però in buona misura dal mix produttivo realizzato, anche se il valore di anguille, branzini e orate resta sempre redditizio.
Ad ogni modo i consumatori più esigenti e quelli più 'tradizionali' ritengono il pesce da estensivo e da valle più gustoso di quello da intensivo, in quanto conserva un sapore più deciso e carni sode. Anche se in tono meno accentuato anche per il pesce d'allevamento può porsi la antica diatriba tra il sapore "rustico" dell'animale lasciato crescere in cattività e il prodotto allevato "in batteria" omogeneo nelle dimensioni, nei colori, nel gusto. Questa potrebbe essere una modalità di differenziare il prodotto, magari con l'adozione di un marchio di origine (eventualità appena accennata nel V Piano Triennale) che possa giustificare un prezzo di vendita superiore oppure il soddisfacimento di una nicchia di mercato più esigente in fatto di gusto, in particolare per quelle specie (branzino e orata) i cui costi di produzione in intensivo sono in fase calante e le cui importazioni hanno spiazzato l'offerta nazionale. Nel 1995 la produzione in estensivo era composta da 3.000 tonnellate di cefali, 800 di orate, 700 di spigole, 700 di anguille, per un valore di circa 53 miliardi di lire, ottenute nei poli produttivi delle valli venete e nelle lagune di Toscana, Puglia e Sardegna.
I sistemi di allevamento intensivo sono la principale fonti di produzione dell'acquacoltura moderna e vengono realizzati in impianti a terra con bacini artificiali di dimensioni relativamente ridotte (100-1.000 metri quadri) ma con un elevato carico per unità di superficie (10-30 kg./mq) ed alta intensità di capitale (Miraaf, 1997). La distribuzione del mangime avviene manualmente oppure per mezzo di distributori automatici, l'ossigenazione mediante aeratori a turbina o a pale oppure con l'ossigeno puro. Questi allevamenti operano generalmente in monocoltura, essendo assai specializzati in ogni fase del processo (dalla riproduzione alla prima lavorazione) e capaci di ridurre i rischi connessi alla mancata diversificazione su più prodotti. L'incidenza del rischio biologico è più alta ma sono anche maggiori le possibilità di contrastare l'evento dannoso (Ravagnan, 1995) ricorrendo all'impiego di sofisticati sistemi automatizzati, i quali tengono sotto controllo quei fattori critici che in tempi brevissimi potrebbero causare la morte di tutti i pesci presenti in vasca. A tal fine occorrono capacità progettuali, personale preparato, condizioni ambientali idonee; se necessario per attenuare l'incidenza delle patologie occorre ridurre la densità degli animali, usare vaccini (se disponibili ed efficaci), selezionare pesci geneticamente resistenti, alimentarli in modo corretto ed evitare o limitare gli stress (Huet, 1986). La struttura dei costi e la possibilità di cambiare rapidamente specie e quantità della produzione dipendono, oltre che dalle capacità imprenditoriali, dal numero, dalla dimensione e dalle caratteristiche delle vasche. Uno degli sviluppi più interessanti è stato il felice connubio tra impianti intensivi e centrali termoelettriche (Romagnoli, 1995): l'allevamento sfrutta l'acqua (riscaldata ma non contaminata, perché movimentata in un circuito separato) che è servita a raffreddare le turbine della centrale, e restituisce acqua a temperatura ambiente pronta per un nuovo utilizzo nella centrale elettrica. Tale situazione permette all'allevamento di avere per tutto l'anno flussi consistenti di acqua a temperatura ottimale e costante. Considerando il solo allevamento di specie eurialine (spigola, orata e anguilla), le regioni meglio dotate (Miraaf, 1997) sono la Toscana (300.000 metri cubi di moduli intensivi), Lombardia (160mila) e Veneto (160mila), Puglia (130mila) e Sicilia (90mila).
La nuova frontiera dell'acquacoltura italiana è la piscicoltura in mare, realizzata con strutture semi sommerse poste al largo delle coste. Fuori dell'acqua resta un pontile in cui sono razionalmente distribuiti l'ormeggio per le imbarcazioni, il deposito per il mangime e per gli attrezzi, una piccola sala controllo. Sotto il livello del mare vi sono gruppi di 2-8 gabbie in cui vengono tenuti i pesci, realizzate con materiali e con forme tali da poter resistere a condizioni meteorologiche estreme, facilmente sostituibili in caso di necessità. I costi di realizzazione e di gestione delle gabbie in mare sono mediamente più bassi dei costi degli impianti a terra (Negroni, 1997) e anche il prodotto finale sembra conservare le qualità alimentari dei pesci catturati piuttosto che dei pesci allevati; inoltre la circolazione dell'acqua è tale da diminuire notevolmente i rischi di impatto ambientale provocati dagli impianti a terra. Gli svantaggi sono legati alla necessità di impiegare personale specializzato (tra cui dei sub per la manutenzione), di predisporre a terra le strutture di supporto (magazzino, avannotterie, bacini di pre-ingrasso) nonché ai rischi di mareggiate, collisioni e rotture (accidentali e non). L'Italia sconta ancora il ritardo con cui questa tecnologia è stata proposta nonché le innumerevoli difficoltà burocratiche da affrontare per la sua messa in opera. Senza dubbio altri paesi hanno una conformazione fisica che fornisce loro luoghi maggiormente riparati alle inclemenze meteo, ma le moderne soluzioni sono ormai in grado di adattarsi ad ogni situazione. Nel 1995 la produzione italiana di pesci in mare, valutata 34 miliardi, è stata composta da circa 2.150 tonnellate, 850 di orate e 1.300 di spigole. Per le sue caratteristiche, la piscicoltura in mare sembra il miglior modo per la riconversione dei lavoratori in esubero nelle tradizionali forme di pesca, come già è avvenuto per la molluschicoltura (Miraaf, 1997), la quale non è altro che la maricoltura dei molluschi. Non è un caso che l'acquacoltura in mare sia stata inquadrata a parte, giuridicamente, rispetto agli allevamenti a terra: è considerata assimilata alla attività industriale della pesca e diverse sono le procedure per le concessioni demaniali e per il trattamento previdenziale dei lavoratori.
6. TRADIZIONI PRODUTTIVE E POTENZIALITÀ OCCUPAZIONALI
Come in ogni altro settore produttivo, anche per l'acquacoltura la nascita e lo sviluppo di nuove imprese richiede una serie di condizioni sociali, culturali ed economiche capaci di motivare gli imprenditori attuali e potenziali. In Italia la pesca marittima, la vallicoltura e la stagnicoltura costituiscono un valido punto di partenza per l'avvio di nuove iniziative, anche per quelle che sembrano allontanarsi da queste forme tradizionali di utilizzo della risorsa acqua. L'acquacoltura in ambienti salmastri è sempre stata utile per stimolare la ricerca scientifica e per indicare una possibile modalità di utilizzo di terre marginali, altrimenti rimaste infruttuose e vincolate a normative di conservazione ambientale. La pesca, seppur basata su presupposti differenti, si va orientando verso una maggiore attenzione per le risorse naturali e quindi in molti casi il passaggio dalla cattura alla coltura in mare può apparire meno traumatica.
In effetti (Alaio et altri, 1994) nella creazione delle imprese di acquacoltura vi sono due dinamiche prevalenti: il possesso di una competenza tecnica perché il neo-imprenditore era ricercatore, pescatore o ex-impiegato in un qualche comparto del settore ittico, oppure il possesso di terreni, risorse idriche o dotazioni patrimoniali utilizzabili in acquacoltura. Da una indagine campionaria svolta dell'ICRAM nel 1992 è emerso che il 49% degli imprenditori era in possesso di laurea e il 33% del diploma superiore; solo per il 47% si trattava della prima occupazione, il resto aveva vissuto esperienze didattiche (7%), era stato pescatore o commerciante (6%), imprenditore in altri settori oppure dipendente della stessa azienda, mentre il 25% ha ricoperto mansioni sempre più impegnative fino a decidere di assumere il rischio di impresa. Per lo svolgimento delle mansioni si ritengono utili l'esperienza quotidiana sul lavoro (52%), l'aggiornamento culturale e professionale attraverso letture e convegni (26%), la specializzazione con corsi appositi (12%). Non deve quindi stupire se solo in tempi recenti la formazione professionale empirica è stata affiancata da corsi di specializzazione post-laurea o diplomi di laurea in acquacoltura, generalmente all'interno di corsi di studio biologici: in tale sede vengono impartite lezioni su ogni aspetto della gestione di una moderna impresa di allevamento ittico.
Riguardo alle potenzialità occupazionali, occorre distinguere tra le piccole aziende a conduzione familiare e le grandi imprese a conduzione imprenditoriale. Nelle prime, il fattore lavoro è preponderante e viene offerto dai componenti della famiglia e da qualche salariato stagionale; nelle seconde la tendenza delle nuove aziende è quella di automatizzare o meccanizzare quante più operazioni è possibile, anche se non si rinuncia alla presenza e al controllo umano. Semmai nella fase produttiva vengono richieste figure professionali sempre più specializzate che curino aspetti particolari della gestione e delle attività collegate, quali l'alimentazione, la riproduzione o le condizioni sanitarie, a non voler considerare gli aspetti economici, legali e logistici. La gestione di un impianto che abbia, oltre all'ingrasso, anche l'avannotteria e la prima lavorazione, assume infatti un carattere complesso e appropriate devono essere le scelte organizzative e gestionali (Ismea, 1997).
7. ASPETTI ECONOMICO FINANZIARI DELLE IMPRESE
La pratica dell'acquacoltura può essere utile per il perseguimento di svariati obiettivi da parte di svariati soggetti pubblici e privati: alcuni puntano all'alimentazione umana e alla conservazione ambientale, altri al miglioramento della bilancia commerciale o allo sviluppo economico e sociale di certe aree, altri ancora agiscono per il profitto (Ravagnan, 1985). Indubbiamente le imprese italiane di acquacoltura, operando sul mercato, devono agire nel rispetto dei criteri economici, o per avere dei profitti o per la semplice sopravvivenza; peraltro esistono degli istituti di ricerca che insieme alla normale attività di ricerca producono dei quantitativi di merce che sono piazzati sul mercato senza scopi lucrativi e pertanto svincolati dalla logica del profitto.
Le aziende di acquacoltura agiscono sul mercato come price-taker, ovvero vendono il loro prodotto al prezzo che viene stabilito dal mercato dall'incontro di domanda e offerta, senza possibilità di agire in modo autonomo sul prezzo (Ravagnan, 1985), sia che il prodotto venga portato nei mercati all'ingrosso, sia che il produttore stringa accordi con un grossista. Nel primo caso il singolo operatore è troppo piccolo per poter incidere sull'offerta complessiva; nel secondo caso il grossista o l'operatore commerciale può essere in grado di scegliere il fornitore che meglio lo soddisfa (in termini di specie merceologica, prezzo, qualità, affidabilità) e quindi può imporre al produttore le proprie condizioni.
Se queste sono le premesse, l'allevatore trarrà profitto solo se il prezzo di mercato sarà superiore ai suoi costi di produzione, oppure se riesce ad incrementare il valore del proprio prodotto ed è capace di valorizzarlo. La diffusione su scala mondiale delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, ha provocato un deciso calo dei prezzi di produzione di molte specie allevate, poi l'apertura dei mercati comunitari ha fatto scendere i prezzi di vendita negli altri paesi costringendo ciascun operatore a adeguarsi: non a caso gli incentivi nazionali italiani iniziano a dirigersi verso l'ammodernamento degli impianti esistenti piuttosto che sulla costruzione di nuovi. Per ridurre il costo unitario (al chilo) è necessario agire sui costi variabili (ad esempio migliorando la resa dei mangimi, riducendo la mortalità o le perdite di energia) oppure dividendo i costi fissi su una maggiore produzione o infine abbattere gli stessi costi fissi (che non sono solo relativi alle strutture ma anche alla organizzazione aziendale). La riduzione dei costi non deve comunque andare a scapito della sopravvivenza aziendale nel lungo periodo: risparmiare sulle norme di salvaguardia ambientale ora potrebbe essere fatale nel futuro.
L'altra possibilità è quella di aggiungere valore alla propria offerta, in modo da avere maggiore potere contrattuale. In questo caso però il singolo allevatore in genere non è in grado, per le sue ridotte dimensioni, di generare le innovazioni necessarie, quali l'introduzione di una nuova specie, la lavorazione del pesce, l'apposizione di un marchio. La cooperazione o l'associazione di più produttori può essere utile non solo nella fase di vendita, ma può essere decisiva nella fase di acquisto dei beni e dei servizi.
Un secondo aspetto rilevante per le imprese di acquacoltura è la gestione finanziaria, soprattutto nella fase di avvio. Infatti, oltre ai costi per la progettazione e per l'ottenimento di tutti i permessi, nella fase iniziale l'impresa sostiene ingenti uscite di denaro sia in attrezzature e impianti a durata pluriennale sia per l'acquisto delle materie prime (uova, giovanili, mangimi) che servono per l'avvio dell'attività. Il ciclo produttivo però è lungo e l'allevatore riuscirà a vendere i primi prodotti dopo 12-14 mesi dalla immissione degli avannotti e solo successivamente verrà effettivamente pagato, anche se risulta che i tempi di pagamento siano abbastanza ridotti, in ogni fase della filiera (Ismea, 1997).
Fino a pochi anni fa la stagionalità delle vendite era più accentuata con le entrate che si concentravano in un ristretto arco di tempo a fronte di uscite costanti per tutto l'anno con un picco nel periodo successivo alla semina. La possibilità di vendere in modo omogeneo durante tutto l'anno, anche attraverso contratti di fornitura a media durata, permette agli allevatori di poter ridurre il rischio finanziario ed economico, consentendo la semina in più periodi dell'anno. In ogni caso il ritorno economico per le imprese di acquacoltura avviene in non meno di 3-4 anni per la produzione di orate e branzini e in tempi ancor più lunghi per le altre specie, e l'imprenditore deve avere una solidità patrimoniale e una gestione oculata dei propri mezzi, cercando sul mercato o attraverso le agevolazioni nazionali e comunitarie il capitale circolante necessario (Bianco e Iandoli, 1992).
8. INCENTIVI E DIFFICOLTÀ PER LE NUOVE INIZIATIVE
Uno dei vincoli allo sviluppo dell'acquacoltura è la complessità dell'iter burocratico per l'ottenimento di tutte le autorizzazioni necessarie per l'avvio dell'impresa. Oltre alla normale prassi per la costituzione della società, l'iniziativa è subordinata ad una lunga serie di adempimenti che devono essere presentati a svariati enti della Pubblica Amministrazione, ognuno dei quali potrebbe bloccare o ritardare l'intero processo.
E' stato verificato che in Toscana servano 8 pareri in sede comunale, 8 in sede provinciale e 3 in sede nazionale, previa presentazione di 43 copie del progetto; il tempo medio per l'ottenimento di tutte le autorizzazione è di 3 anni dall'acquisto del terreno (Giovani & Impresa, 1995). Per un impianto off-shore occorrono pareri, autorizzazioni, collaudi e licenze di 42 diversi Uffici (Bussani, 1995).
Nel procedimento occorrono pareri, nulla osta e decisioni di Comune, Vigili del Fuoco, Unità sanitaria locale, Capitaneria di Porto, Genio Civile, Amministrazione provinciale, Ministero dei beni Ambientali, Ufficio Ambiente delle regione e, a seconda dei casi, la Sovraintendenza ai Beni culturali e altri organismi regionali e nazionali.
L'aspirante allevatore è obbligato a confrontarsi con una moltitudine di interlocutori in ambito comunale, provinciale, regionale e nazionale, sopportando i costi per la documentazione, viaggi, pareri e consulenze di esperti, bolli e tasse fino alla approvazione, al respingimento oppure alla richiesta di ulteriori approfondimenti, precisazione e modifiche. Un ulteriore problema è il grave ritardo con cui l'imprenditore può iniziare a operare, un ritardo che potrebbe rendere ormai antieconomica la sua stessa realizzazione.
Non migliore è la posizione di coloro che intendono avvalersi di agevolazioni nazionali o comunitarie, in quanto per accedere a tali fonti sono spesso richieste le autorizzazioni o le licenze concesse dagli organi preposti: occorrerà attendere il nulla osta della Pubblica Amministrazione prima di poter avviare la richiesta di finanziamento. In alcuni casi poi vengono rilasciate concessioni per un anno (attenendosi al Codice della Navigazione) precludendo in modo definitivo l'accesso ai fondi CEE (che richiedono concessioni almeno decennali).
La presenza di tanti uffici può provocare disparità di trattamento nella interpretazione di determinate leggi. Si ignora se questo complesso iter sia una reale garanzia offerta dallo Stato alla comunità affinché vengano ammessi solo iniziative tecnicamente ed economicamente valide e rispettose dei vincoli ambientali e legislativi, o se piuttosto gli stessi obiettivi non possano essere perseguiti con strutture più agili e competenti, senza farsi sommergere da decine di copie dello stesso progetto. Tra le possibili soluzioni prospettate c'è l'accentramento di responsabilità in un unico ufficio, che si ponga come interlocutore unico, capace di dare certezza sui tempi e i modi in cui procede la pratica. Il recente schema di regolamento di semplificazione dei procedimenti di autorizzazione di impianti produttivi (Il Sole 24 Ore del 14-02-98), varato dal Consiglio dei Ministri nel mese di febbraio, prevede appunto che presentando una sola domanda presso il Comune, in 60 giorni (con la autocertificazione) o in 10 mesi (senza autocertificazione o per impianti complessi) l'imprenditore otterrà le autorizzazioni, dopo che lo stesso Comune avrà verificato la rispondenza del progetto alle disposizioni sovracomunali. E' da aggiungere però che il provvedimento interessa gli impianti produttivi, ossia le costruzioni o impianti destinati ad attività industriali, commerciali o artigianali dirette alla produzione di beni e alla prestazione di servizi: resterebbe quindi escluso l'allevamento in acque dolci e salmastre esercitato come attività prevalente (attività agricola).
9. FINANZIAMENTI COMUNITARI e NAZIONALI
L'acquacoltura è destinataria di vari provvedimenti comunitari, relativi al settore della pesca, per la concessione di aiuti finanziari. Gli incentivi (Miraaf, 1997) seguono tre direttrici principali:
In modo analogo i dati del Ministero delle Risorse Agricole sui mutui concessi dal Fondo centrale in base al IV Piano Triennale nel triennio 1994-96 evidenziano l'approvazione di 8 progetti per l'acquacoltura per un valore complessivo di 8,7 miliardi di lire (su un totale di 17 miliardi erogati).
Infine i finanziamenti scaturiti dalla legge 44 del 1986 sull'imprenditorialità giovanile (dati Società per l'Imprenditoria Giovanile) confermano il basso numero di progetti approvati (19), in relazione a quelli presentati (80), e il contemporaneo elevato importo unitario per ciascuno di essi, pari a oltre 4 miliardi di lire.
L'espansione mondiale dell'acquacoltura è stata facilitata dallo scambio e dalla diffusione su scala mondiale delle scoperte scientifiche e dalle innovazioni introdotte da istituti pubblici. In realtà ogni regione deve fronteggiare specifici problemi locali, associati alle specie allevate o in via di introduzione sul posto oppure per particolari aspetti della zona (ad esempio la temperatura dell'acqua superiore a quella sopportata dalla specie). In Italia i principali miglioramenti hanno riguardato i seguenti aspetti.
I pesci e molluschi destinati all'ingrasso arrivano negli impianti di allevamento allo stato giovanile o da impianti di riproduzione artificiale oppure da pescatori specializzati e autorizzati a trattare il novellame. Infatti, ai fini della salvaguardia ambientale, esistono delle dimensioni minime per i soggetti catturabili e tale taglia è derogabile solo per quei pesci e molluschi destinati all'acquacoltura. La crisi della pesca però coinvolge anche la cattura di esemplari giovani, per cui il ruolo principale è stato assunto dalla riproduzione artificiale, che, a parte trote e mitili, ha sofferto per lungo tempo la carenza di conoscenze sui sistemi riproduttivi e successivamente ha pagato la fase di avvio delle avannotterie. Significativo è l'andamento (Miraaf, 1997) della offerta nazionale di avannotti delle specie eurialine (orate e branzini): tra il 1987 e il 1995 si è passati da 3,4 milioni a 35,5 milioni prodotti da 20 avannotterie sparse in tutta Italia, con una prevalente dislocazione nel centro-sud (area di maggiore diffusione e potenzialità per tali specie). La domanda nazionale resta superiore perciò viene soddisfatta dalle importazioni, rese possibili da accorgimenti tecnici che riducono al minimo le perdite durante il trasferimento di esemplari tanto delicati (Huet, 1986). Oltre alla quantità, vi è un problema di qualità per il novellame, che deve essere perfettamente sano e robusto, capace di sopportate gli stress delle vasche di ingrasso. Gli impianti più moderni dispongono di proprie avannotterie in modo da poter programmare con precisione quantità e tipologia degli esemplari da immettere nelle vasche, controllando da sé la qualità del novellame durante le diverse fasi dello sviluppo. Resta invece irrisolta la carenza di ceche e ragani di anguilla, con la pesca oceanica che sempre più raramente riesce a soddisfare la domanda degli allevatori italiani ed europei.
Gli studi scientifici sull'alimentazione si sono evoluti per comprendere appieno il metabolismo dei pesci onde preparare mangimi bilanciati secondo le reali necessità di accrescimento delle varie specie nei vari stadi di sviluppo (giovanili, svezzamento, pre-ingrasso, ingrasso). L'adozione di mangimi idonei permette un accrescimento più veloce, un minore spreco di cibo rifiutato o non digerito, minori residui nelle acque di scarico, una migliore qualità delle carni (perché il pesce ha il giusto apporto di proteine, grassi, vitamine). Le aziende mangimistiche stimolano la qualità attuando un controllo attento sulle materie prime e sulle formule dei mangimi, sui processi tecnologici di confezionamento, raccogliendo prove e suggerimenti dagli allevatori. In modo analogo è cresciuta la competenza degli allevatori, in grado di verificare la rispondenza dei requisiti dei mangimi acquistati e attenti nella adozione di idonee norme di stoccaggio e impiego (Saroglia et altri, 1994) .
3. Introduzione di nuove specie
Delle centinaia di specie allevate in tutto il mondo, in Italia vengono comunemente allevate una decina di esse, tutte di interesse commerciale per il diretto consumo umano o per il ripopolamento dei bacini mentre continuano studi e sperimentazioni su altre specie (di mare) quali il dentice, l'orata giapponese, il rombo, i gamberi, il sarago e si tenta di reintrodurre l'ostrica (ostrea edulis) che era allevata e pescata nel nostro paese fino agli inizi del decennio scorso.
La necessità di introdurre nuove specie è avvertita sia dalle autorità nazionali per sopperire alle carenze della pesca e soddisfare così la domanda nazionale senza ricorrere alle importazioni, sia dagli allevatori che avvertono i rischi connessi alla specializzazione monocolturale che li rende vulnerabili a eventuali crisi sanitarie, biologiche o economiche. In ogni caso una nuova specie, prima di essere allevata, deve essere conosciuta in ogni suo aspetto, per verificare la sua capacità di riprodursi in cattività, di accrescersi con mangimi artificiali in condizioni di stress e di affollamento, la resistenza alle malattie e naturalmente deve essere gradita dai consumatori (Huet, 1986). Solo se tutte le condizioni sono verificate l'introduzione può essere economicamente vantaggiosa; se però la specie non è originaria del posto, ovvero non è presente nei bacini naturali del luogo, vanno considerati i rischi connessi alla eventuale fuga di alcuni esemplari: si può compromettere la stabilità dell'ecosistema e intaccare la bio-diversità del patrimonio naturale (Miraaf, 1997).
Un fortunato esempio di specie introdotta da pochi anni è quello della vongola verace asiatica che in una decina di anni è passata dal nulla a oltre 60.000 tonnellate di produzione e si è diffusa nei banchi naturali sostituendo la vongola mediterranea.
Il controllo del parametro ossigeno disciolto in acqua ha richiesto una evoluzione rispetto ai tradizionali sistemi di areazione meccanica, costituiti da pale e ossigenatori azionati da motori elettrici. L'ossigeno puro, immagazzinato allo stato liquido e immesso nei bacini in forma gassosa ha offerto degli indubbi vantaggi economici negli impianti intensivi in cui è stato adottato, ed è servito a rigenerare alcuni bacini prima che potessero essere destinati all'acquacoltura. Il trattamento con ossigeno consente un notevole risparmio sui costi per energia elettrica (necessaria a muovere aeratori e pale), evita molti dei rischi da black-out (perché l'ossigeno sfrutta la propria pressione per arrivare in acqua), viene completamente disciolto per cui facilita l'eliminazione dei gas e delle sostanze indesiderati ed è facilmente assimilato dai pesci (Muratori, 1992).
Come è stato già sottolineato nel paragrafo III.5.3, le gabbie per l'allevamento di pesci in mare hanno subito una tale evoluzione da poter essere sistemate in mare aperto e non solo in baie riparate, dove l'impatto ambientale e i rischi di "stagnazione" delle acque erano pregiudizievoli per la buona riuscita dell'impianto. La figura III.3 rappresenta l'evoluzione logica nella localizzazione degli impianti di maricoltura: in una prima fase erano sistemati all'interno di baie riparate, formati da molte piccole gabbie artigianali; in un secondo tempo ci si è spostati fuori dei luoghi troppo protetti restando comunque vicini alla costa; il passo successivo è stato l'approntamento di piccole gabbie di costruzione industriale poste lontano dalla riva ma protette dalle correnti e dai venti più pericolosi; infine, ed è la maricoltura che si va affermando oggi, vengono costruite grandi gabbie posizionate in mare aperto.
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11. SCAMBI COMMERCIALI CON L'ESTERO
Le importazioni di prodotti ittici hanno raggiunto nel 1995 le 600 mila tonnellate per un valore complessivo di 3.878 miliardi lire, mentre le esportazioni sono state pari a 106mila tonnellate (sfiorando il record registrato esattamente 10 anni prima) per un controvalore di 558 miliardi lire: nel complesso il disavanzo è stato quindi di 3.320 miliardi. Negli ultimi 7 anni il saldo in quantità è sempre stato intorno alle 500mila tonnellate di disavanzo, con un massimo di 553mila nel 1991. La propensione all'importazione (import/consumi) è leggermente diminuita dal 1991 (in quantità, non in valore) mentre è cresciuta la propensione all'export (export/produzione) sia in valore (+4%) che in quantità (+3%). Il forte disavanzo è causato, in valore, dal pesce conservato (856 miliardi), pesce congelato (719), crostacei (605), molluschi (598) e infine pesce fresco (542) mentre per le quantità prevalgono pesce congelato (32%) e molluschi (29%). Analizzando il deficit in base alle specie, i disavanzi più consistenti sono dovuti agli scambi di tonno (-376 miliardi e -103mila tonnellate), gamberetti (-317 mld), merluzzi (-302), sogliole, calamari, salmoni, polpi e seppie.
Gli scambi commerciali sono essenzialmente diretti verso l'Unione Europea, la quale raccoglie in valore il 64% delle importazioni italiane e il 78% delle esportazioni: Spagna, Olanda, Danimarca, Francia e Grecia sono i nostri principali fornitori, con la Germania che sostituisce la Danimarca tra i paesi di destinazione dei prodotti ittici nazionali (Ismea, 1997).
La bilancia degli scambi commerciali per le più diffuse specie allevate (trote, anguille, carpe, mitili, orate e branzini) è andata peggiorando dal 1990 al 1995 per riprendersi leggermente nel 1996 in coincidenza con la rivalutazione della lira nei confronti delle altre monete: nel 1996 il disavanzo è stato di 68 miliardi di lire e 17.000 tonnellate. Anche nel primo semestre 1997 ci sono stati confortanti segni di crescita delle esportazioni e una tenuta delle importazioni. Oltre il 92% delle importazioni e il 97% delle esportazioni provengono o sono dirette verso paesi dell'Unione Europea. Il saldo, in valore, è in attivo solo con Germania (18 miliardi), Olanda (8 miliardi), Austria (6 miliardi) e Belgio (2 miliardi e mezzo) mentre è in passivo con tutti gli altri paesi della Unione Europea, in particolare Grecia (-57 miliardi), Spagna (-19) e Francia (-11) anche se con quest'ultima il saldo in quantità è positivo.
Nel 1996 sono state importate 30.000 tonnellate di specie ittiche 'allevabili', delle quali l'86% allo stato fresco, il 13% congelato e il resto trasformato: il valore complessivo è ammontato a 128 miliardi di lire ed è cresciuto del 165% rispetto al 1990, al contrario delle quantità che nello stesso periodo sono raddoppiate.
I tre principali fornitori sono la Grecia (specializzata in orate e branzini), la Spagna (mitili) e la Francia (anguille giovani) che cumulano il 77% del valore e l'87% della quantità.
I caratteri principali della struttura delle importazioni sono:
Le esportazioni, pur restando nettamente inferiori alle importazioni, sono in continua ascesa e nell'ultimo anno sono salite di un ulteriore 33% giungendo a 13.100 tonnellate per un controvalore di 60 miliardi e mezzo. I principali partner commerciali restano gli altri paesi della Unione Europea che assorbono il 96% dei nostri prodotti d'allevamento, con Germania, Paesi Bassi , Austria e Francia davanti a tutti. In prevalenza vengono esportati pesci e mitili allo stato vivo o fresco (88%) e i prodotti congelati (11%), spuntando un prezzo medio di 4.634 lire al chilo; trascurabili sono le uscite di prodotto trasformato.
La struttura delle esportazioni è andata modificandosi negli anni: hanno accresciuto il proprio ruolo i mitili (in quantità dal 10% al 44%) e i pesci di mare (dal 2% al 6%) a scapito delle trote (dal 60% al 37%) e delle anguille (dal 27% al 10%). Le anguille però mantengono la leadership per il valore assoluto delle vendite all'estero, che nel 1996 ammontavano a 27 miliardi di lire contro i 22 miliardi delle trote e gli 8 dei mitili.
Il grafico evidenzia come orate, branzini e mitili contribuiscono al disavanzo della bilancia commerciale, le anguille registrano una parità e le trote sono in attivo.
12. LA DISPONIBILITÀ DI SPECIE ALLEVATE
Per avere un quadro completo è opportuno valutare se l'evoluzione dell'acquacoltura italiana, proceduta con tassi di sviluppo notevoli e superiori a quelli medi comunitari, ha permesso di mitigare il disavanzo della bilancia commerciale ittica o quantomeno è riuscita a soddisfare il fabbisogno nazionale per le specie oggetto di allevamento. Poiché non esiste una analisi storica dei consumi ittici suddivisa per specie, si applicherà il metodo della disponibilità (acquacoltura + pesca + importazioni - esportazioni). Ebbene, se si utilizzano i dati dell'ISMEA dal 1990 al 1995 e quelli elaborati in questa sede su fonti ISTAT e Fao, emerge che senza le specie oggetto di allevamento, la disponibilità di prodotti ittici in Italia sarebbe addirittura diminuita. Lo stesso risultato si ottiene con le statistiche della pesca dell'ISTAT.
Questo dato conferma l'importanza che deve essere attribuita all'acquacoltura, in quanto le specie allevate dimostrano di essere apprezzate dai consumatori italiani. Purtroppo però una buona parte della domanda continua ad essere soddisfatta con le importazioni che nel 1995 hanno toccato la quota massima di 35.000 tonnellate (5,7% del totale importato) per un valore complessivo di 152 miliardi (3,9%). Anche se la bilancia commerciale è in negativo, è confortante il trend crescente delle esportazioni che nel 1995 erano arrivate a 9.800 tonnellate (9,2% del totale esportato) per un valore di 59 miliardi di lire (10,6%) e sono ulteriormente cresciute nell'anno successivo, nonostante la rivalutazione della lira.
La Tabella III.8 è pienamente esplicativa di come i tassi di crescita di pesca e acquacoltura in Italia siano stati divergenti negli ultimi cinque anni, a tutto vantaggio dell'allevamento.
13. CARATTERI DELLA DISTRIBUZIONE
Il sistema distributivo italiano dei prodotti ittici è composto da un elevato numero di operatori, presenti ad ogni livello della catena, ma soprattutto nella fase di produzione e in quella di vendita al dettaglio, mentre una concentrazione superiore si riscontra nelle fasi intermedie. La struttura articolata comporta il moltiplicarsi di passaggi prima che il prodotto giunga al consumatore finale, provocando un aggravio sui prezzi al consumo e il rischio che si perda la freschezza. Considerata la ridotta dimensione media delle aziende di acquacoltura, il compito di raccogliere, lavorare e smistare la produzione in lotti sufficientemente omogenei e consistenti, aggregati in una offerta complessiva assortita, spetta ai grossisti e ai mercati ittici (Schiavon, 1997). I primi sono imprese commerciali private (che in alcuni casi si occupano anche di import-export) che ricorrono a più produttori per avere una vasta gamma di specie e certezza di approvvigionamento. I mercati ittici all'ingrosso, generalmente di proprietà o a gestione pubblica, sono istituzioni presenti in modo capillare su tutto il territorio che col passare del tempo hanno perso il ruolo di punto d'incontro tra domanda e offerta, non potendo più assicurare i servizi e la trasparenza necessari in un mercato globale. Ancora oggi non esiste una rete telematica dei mercati con la quale si possano scambiare in tempo reali dati sulle quantità offerte: accade così che nello stesso giorno lo stesso prodotto abbia valutazioni di 5.000 su un mercato e di 15.000 in un altro, differenze comunque non giustificabili dalla necessità di far giungere il pesce fresco su un mercato geograficamente distante.
A tal proposito si notino le significative differenze registrate in due dei principali mercati ittici italiani (Milano e Chioggia) nel bimestre novembre-dicembre 1996: in alcuni casi le differenze sul prezzo medio sono nell'ordine del 20-30%. Tra i motivi di malcontento di alcuni operatori della catena commerciale, in particolare pescherie e ristoranti, vi è non solo il costo ritenuto eccessivo del pesce, ma soprattutto la indeterminabilità del prezzo che verrà spuntato sul mercato all'ingrosso di giorno in giorno (Federcoopesca, 1997).
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A causa di questo clima di incertezza su quantità, qualità e prezzi disponibili sul mercato, si stima che solo il 60% del pesce commercializzato passi per i mercati ittici, il resto seguendo altri canali (Ismea, 1997). Gli allevatori dichiarano di vendere la metà del loro prodotto ai grossisti, il 5% ai mercati ittici, il 3% alle industrie di trasformazione, il 4% all'esportazione, il 2% al catering, il 20% ad altri allevatori o ai laghi per la pesca sportiva, e appena il 10% alle pescherie o direttamente al consumatore (Ismea, 1997). E' pertanto evidente come la catena distributiva del pesce fresco coinvolga svariati operatori, con un appesantimento del prezzo finale al consumo del quale non usufruiscono gli allevatori. Nella Figura III.7 vi è uno schema semplificato della catena commerciale, in cui peraltro mancano alcuni operatori quali l'incettatore, il commissionario, lo spedizioniere che sono di supporto ad allevatori e grossisti.
Tenendo sempre presente che una buona parte di prodotti ittici è destinato alla ristorazione e al catering, il punto di acquisto preferito dai consumatori per il pesce fresco è la pescheria (60%), seguito da super e ipermercati che sempre più spesso a sono attrezzati con banchi del fresco (24%), dai mercati fissi (7%), mentre per il congelato il ruolo più importante resta quello di super e ipermercati (55%), pescherie (22%) e discount (9%).
Il consumo di pesce in Italia ha avuto un trend positivo negli ultimi 2 decenni, sia per i consumi domestici che extra-domestici. Applicando il metodo delle disponibilità (= produzione + import - export), i dati ISTAT indicano un passaggio dagli 11 chili pro-capite del 1981 ai quasi 19 chili del 1991, con una costante crescita sia del prodotto fresco e congelato (da 8,7 a 14,3) che del trasformato (da 2,2 a 4,4). Alla sostenuta crescita degli anni '80 ha fatto seguito una situazione di leggera stagnazione in questi anni '90, con dei consumi allineati alla media europea come rilevato sia dalla FAO (da 18,93 chili del 1984 ai 21,12 del 1995) che dall'ISMEA, (dai 20,8 chilogrammi del 1990 ai 23,2 chili del 1995), nonostante le campagne di sensibilizzazione messe in atto da diverse istituzioni pubbliche.
Utilizzando l'indagine campionaria sui consumi delle famiglie italiane, elaborata dall'ISTAT si perviene a conclusioni identiche, però è possibile valutare sia il ruolo del pesce nelle abitudini alimentari, sia la composizione geografica dei consumi. I consumi domestici di prodotti ittici sono passati dagli 8,17 chili del 1981 ai 13,58 del 1996, dopo aver toccato un massimo di 14,77 nel 1990 e con un notevole incremento tra l'84 e l'86 (il metodo dello disponibilità lo segnala tra l'84 e l'87 sia su dati ISTAT che FAO).
La tipologia di prodotto ittico maggiormente apprezzata in Italia è il pesce fresco di mare (alici, merluzzi, orate e sogliole), con una quota di mercato superiore al 35% mentre molto distanti restano i prodotti conservati (tonno, sardine e filetti di acciughe all'olio, acciughe salate, vongole conservate, altri pesci all'olio, al naturale e marinati), quelli congelati e i molluschi freschi
Occorre segnalare che il prodotto conservato e surgelato, nonché i pesci freschi d'acqua dolce hanno consumi quasi identici al Nord e al Centro, in ogni caso decisamente superiori a quelli registrati al Sud; nel Meridione prevalgono i molluschi e i pesci di mare.
Anche il consumo degli organismi allevati rispecchia un andamento analogo, seppure con qualche eccezione. Ad esempio tra le specie di mare il branzino ha un consumo concentrato al Nord (61%) ed è poco conosciuto al Sud, al contrario dell'orata che invece è consumata più al Centro e al Sud, lasciando nel settentrione appena il 17% del totale nazionale. Queste differenze sono solo in parte causate dalla zona di provenienza (anzi, dalle statistiche della produzione al Nord sembra più allevata l'orata che il branzino) quanto piuttosto dal diverso valore commerciale delle due specie, con il branzino che era e resta un pesce ritenuto più "pregiato" e costoso (Schiavon, 1997).
L'anguilla e le vongole, due specie ampiamente allevate nel Nord Italia, sono maggiormente richieste al Centro e al Sud e addirittura le anguille hanno appena l'1,5% del loro consumo nel Settentrione. Quindi, nonostante che gli impianti di acquacoltura siano più diffusi nel Nord, anche i prodotti d'allevamento risentono del differente livello dei consumi ittici che si registra nelle varie aree geografiche; la vicinanza degli allevamenti però può avere contribuito a ridurre il divario tra le diverse regioni.
Un secondo aspetto nei consumi ittici è la stagionalità (Ismea, 1996), ovvero le variazioni di domanda tra un periodo e l'altro nel corso dell'anno: per alcune specie la domanda cresce nel periodo natalizio, per altre nel periodo estivo. In ogni caso il consumo di pesce continua ad essere influenzato dalla stagione e solo gradualmente nel tempo sarà possibile educare gli acquirenti a comprare questo alimento in ogni periodo dell'anno. Attualmente la conoscenza dell'andamento stagionale aiuta l'acquacoltore a programmare la raccolta, in modo da poter assecondare le richieste del mercato, più di quanto possa fare il pescatore, il quale provoca e subisce gli effetti sia degli eccessi di offerta (con una riduzione dei prezzi) sia della carenza di offerta (può spuntare prezzi più alti ma potrebbe non essere in grado di offrire i propri beni). Tutte le specie di allevamento registrano elevati consumi nel mese di dicembre, dopo una stasi nei mesi precedenti. Le specie marine (orate, branzini, cefali e mitili) presentano un altro picco nei mesi estivi, in particolare i mitili hanno il loro massimo; le trote presentano una domanda più accentuata nel corso della primavera; le vongole hanno un andamento più lineare, con leggeri incrementi in agosto e a dicembre.
Una considerazione importante riguarda i prezzi dei prodotti ittici, tradizionalmente ritenuti un elemento prezioso per una sana alimentazione ma dal consumo limitato a causa del costo eccessivo. Lo sviluppo dell'acquacoltura ha senz'altro contribuito a far scendere i prezzi di alcune specie, resesi disponibili in quantità sufficienti a soddisfare la domanda, sia nei periodi di maggiore richiesta che nelle altre stagioni. Gli esempi più eclatanti restano quelli di salmoni, orate e branzini, che sui banchi della Grande Distribuzione sono oggetto di offerte promozionali con prezzi che scendono sotto le 10.000 lire al chilo meno della metà del prezzo di una decina di anni fa (API, 1997). Considerando i valori dell'acquacoltura (dati Fao), della pesca e delle importazioni (dati ISTAT), con l'esclusione di trote (per la evoluzione nella composizione merceologica) e anguille (per una considerevole diminuzione della offerta), i prezzi delle altre specie allevate, tra il 1990 e il 1995, sono aumentati ad un ritmo inferiore rispetto all'indice dei prezzi generale e all'indice dei beni alimentari e per orate e spigole il prezzo è sceso anche in termini nominali.
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15. AZIONI PER IL CONSOLIDAMENTO DEI PRODOTTI ALLEVATI
L'acquacoltura, considerata come tecnica per l'ingrasso di organismi acquatici, non può intervenire nel processo di commercializzazione; al contrario le imprese di allevamento, o meglio di gruppi associati di aziende potrebbero assumere un ruolo attivo nella determinazione dell'offerta nazionale. Per il rilancio dell'acquacoltura vengono comunemente proposte le seguenti soluzioni:
Le azioni di promozione del consumo di pesce sono state numerose nel corso degli ultimi anni ed hanno certamente contribuito all'incremento dei consumi, anche se alcuni operatori, in particolare pescatori e allevatori, ritengono che di essa abbiano usufruito i produttori esteri (Muratori, 1995). A tal fine il Ministero delle Risorse Agricole ha emanato un decreto (D.M. dell'11-02-1997) riguardante "azioni di comunicazione e promozione finalizzate alla affermazione di una corretta immagine del settore in Italia e alla valorizzazione delle qualità nutrizionali dei prodotti ittici". Gli interventi ipotizzati propongono la valorizzazione del prodotto fresco delle specie catturate e allevate in Italia, campagne di educazione alimentare e ambientale, stimoli per rendere commercializzazione e distribuzione più efficienti, la promozione di manifestazioni e stands di degustazione presso i punti vendita della grande distribuzione e presso la ristorazione.
Poiché tra le premesse c'è il perseguimento di un disegno unitario, senza dispersione di fondi, sarà inevitabile che la promozione non potrà essere indirizzata verso una specie piuttosto che l'altra e forse non potrà nemmeno concentrarsi semplicemente sul pesce italiano, così come avvenuto in passato. D'altra parte, attualmente, il consumatore ha poche possibilità di riconoscere il prodotto nazionale da quello estero. A quel punto dovrebbero essere gli allevatori, o associazioni di allevatori, a intervenire in supporto alla campagna istituzionale, per rendere visibile il loro prodotto; l'aggregazione di più operatori, oltre alla cooperazione classica, potrebbe avvenire su base territoriale (es. allevatori della Puglia) oppure su base merceologica (es. allevatori di anguille); fin quando questo non avverrà, sarà inevitabile che i consumatori, stimolati dalla promozione, scelgano quello che trovano sul banco, senza prestare troppa attenzione alla specie e alla provenienza, trascurando così la presunta qualità superiore del pesce nazionale (Muratori, 1995).
Le moderne forme di comunicazione e commercializzazione (Ismea, 1997 e Schiavon, 1997) sono quasi sempre collegate all'utilizzo di una marchio, che, a seconda della sua natura, adempie un proprio ruolo (funzione distintiva nei confronti di beni simili, identificatrice della provenienza, di garanzia, pubblicitaria). Occorre poi distinguere tra marchi individuali e marchi collettivi. I primi vengono apposti dal produttore o dal venditore per distinguere un bene da quello delle imprese concorrenti, eventualmente associando al marchio una idea di innovatività, di qualità etc. I marchi collettivi a loro volta possono essere di origine come il DOP (Denominazione Origine Protetta) e IGP (Indicazione Geografica Protetta) istituiti e riconosciuti dalla Comunità Europea, di qualità o di natura e richiedono la presenza di un Consorzio o di una organizzazione che detti le regole per l'ammissione all'utilizzo del marchio da parte dei singoli operatori e che agisca da garante nei confronti degli acquirenti. Attualmente in Italia ci sono 2 marchi collettivi, uno della Federcoopesca "Prodotto Ittico Italiano" e uno del Consorzio Volontario Interregionale Produttori Organismi Marini Alto Adriatico (che riunisce 21 tra società e cooperative aventi 50 miliardi di fatturato) con il marchio "Consorzio Qualità Alto Adriatico" (Ismea, 1997). Pur essendo entrambi regolati da una disciplinare e pur essendo stati presentati ufficialmente, il loro utilizzo è circoscritto ad una minima parte del prodotto commercializzato e pertanto non risulta noto né ai consumatori né ad altri operatori commerciali della filiera. Alcune imprese di acquacoltura, in particolare per trote e storioni, vendono i propri prodotti lavorati attraverso un marchio. Assai diffusi sono i marchi commerciali di grandi gruppi nazionali e internazionali che trattano prodotti surgelati quali bastoncini, filetti, fritture etc., preparati quasi esclusivamente con specie pescate nel Nord Europa. E' significativo notare come si ritenga difficile poter associare al prodotto fresco (la tipologia più venduta) un marchio, visto che il pesce fresco è generalmente venduto sfuso e non confezionato (Ismea, 1997). In realtà il marchio dovrebbe avere una prima funzione distintiva fin dal primo passaggio tra produttore e grossista e dovrebbe seguire il pesce in ogni passaggio successivo, fino al banco di vendita: è opportuno ricordare che molti altri prodotti (es. salumi e latticini), alcuni dei quali deperibili, vengono venduti "sfusi" al consumatore finale, il quale però negli ultimi anni ha dimostrato di essere sensibile ai richiami del marchio attraverso accattivanti messaggi promozionali
Il timore di alcune aziende che pure sarebbero interessate ad avere un marchio proprio è la incapacità del lungo canale distributivo di garantire che la qualità del prodotto iniziale si mantenga fino alla fine del processo di vendita; si teme che le carenze della filiera pregiudichino il buon nome del marchio apposto dal produttore.
La confezione è parte integrante di un prodotto perché assolve diverse importanti funzioni: serve per il contenimento e il trasporto, garantisce igienicità e qualità nel tempo, assolve a compiti di comunicazione (es. marchio) e di informazione (tabelle nutrizionali, modalità di preparazione). Per lungo tempo si è creduto che il confezionamento fosse appropriato solo per prodotti trasformati e conservati, visto che il pesce vivo e fresco veniva presentato e venduto su semplici e spogli banchi (non sempre igienicamente sicuri). Attualmente il commercio si avvale di raffinate tecniche per catturare l'attenzione dei consumatori e non è affatto raro vedere i banchi del pesce e i ristoranti arricchiti di accattivanti scenografie, con l'utilizzo del ghiaccio (per mantenere la freschezza) e di acquari con esemplari vivi (sia per gusto estetico che per consentire al cliente di scegliere l'esemplare che preferisce). Queste forme promozionali sono chiaramente fuori del controllo degli operatori dell'acquacoltura, i quali però potrebbero intervenire, nelle forme di co-promozione con pescherie, ristoranti e supermercati. Inoltre è bene ricordare che accanto al pesce fresco stipato in cassette, vi sono altre forme di commercializzazione, a cominciare dal prodotto vivo (soprattutto crostacei e anguille). La normativa nazionale (Ismea, 1997) ha recepito, seppure in ritardo, la possibilità di confezionare il prodotto fresco in aria (un film impermeabile all'aria garantisce la freschezza per 3 giorni), sottovuoto (film plastico impermeabile all'ossigeno, 5 giorni di garanzia), in atmosfera modificata (l'aria è sostituita da altri gas per uso alimentare, garanzia 7-8 giorni).Il confezionamento quindi garantisce una maggiore durata del prodotto, attenua i rischi di malfunzionamento della struttura distributiva e può essere utilizzato per perseguire gli altri obiettivi di comunicazione e informazione.
Con il termine qualità (Ismea, 1997) si suole indicare l'insieme di priorità e caratteristiche di un prodotto o di un servizio che conferiscono ad esso la capacità di soddisfare esigenze esplicite o implicite; si è soliti distinguere tra le caratteristiche proprie del bene (qualità oggettiva) e l'apprezzamento che i consumatori esprimono riguardo la capacità dell'oggetto di soddisfare le preferenze (qualità soggettiva). In entrambi i casi l'acquacoltura italiana è consapevole della necessità di adottare quegli accorgimenti necessari per l'affermazione di un prodotto di qualità che eviti la concorrenza sul prezzo con il pesce importato.
Nel caso dei prodotti ittici potremo intendere per qualità la sicurezza d'uso, le caratteristiche merceologiche, nutrizionali e organolettiche, la disponibilità e facilità d'uso, da perseguire in ogni fase della filiera; per il pesce fresco, in particolare, assumono rilievo l'habitat e la taglia del pesce (da quest'ultima dipendono le caratteristiche chimiche e strutturali delle carni), il sistema di cattura e uccisione, la continuità della catena del freddo, il confezionamento, la rapidità nella vendita (Ismea, 1997). Da una indagine della Ismea è emerso che solo il 50% degli operatori della filiera conosce esattamente le norme igienico-sanitarie per la commercializzazione di pesce e molluschi (tra le aziende di acquacoltura il dato sale al 65%), quindi è necessario innanzitutto effettuare una campagna informativa all'interno del settore, considerando che le norme igienico-sanitarie sono solo un aspetto della qualità. A quel punto ogni operatore potrà verificare se le proprie capacità, i processi decisionali e le attività intraprese, inserite nella filiera, sono in grado di produrre un risultato di qualità ed eventualmente potrà richiedere la certificazione della bontà del sistema aziendale.
15. L'ACQUACOLTURA PER SCOPI ORNAMENTALI e PER IL RIPOPOLAMENTO DELLE ACQUE INTERNE
Accanto al consumo alimentare, vi è in Italia un consistente commercio di pesci destinati al ripopolamento di bacini naturali e artificiali oppure per scopi ornamentali in acquari pubblici e privati. Se è vero che la popolazione dedica sempre maggiori risorse economiche e più tempo al divertimento e allo svago, è evidente come l'acquacoltura italiana non possa restare indifferente alla domanda di materiale per scopi non alimentari.
Per quanto riguarda i pesci ornamentali è sufficiente osservare le massicce importazioni di pesci tropicali dai paesi dell'Asia e del Nord Europa, un flusso valutabile intorno ai 17 miliardi annui. Gli operatori riscontrano però una sostanziale impreparazione da parte del commercio al dettaglio, ovvero di quei negozianti che vendono articoli per animali, i quali sono in grado di consigliare e di informare su cani e gatti ma non hanno una preparazione adeguata su acquari e pesci. Infatti nelle occasioni in cui vengono effettuati corsi e seminari sull'argomento, la presenza di negozianti è sempre irrisoria se non nulla; è stato verificato che il grado di competenza e di attenzione è più elevato tra i produttori, gli importatori/commercianti all'ingrosso e i singoli appassionati (Il Pesce, vari numeri).
Anche il ripopolamento delle acque richiede delle approfondite conoscenze teoriche e pratiche affinché l'operazione abbia buon esito. Si è soliti distinguere due finalità: la prima è quella perseguita da organismi pubblici di mantenere costante la popolazione presente nelle acque pubbliche (perlopiù in acque interne), onde evitare l'impoverimento biologico dell'ambiente, la seconda è messa in atto da operatori privati che disponendo di bacini naturali o appositamente costruiti, hanno intrapreso una attività di pesca sportiva o di agriturismo. In entrambi i casi è necessario che gli operatori abbiano individuato una precisa strategia di "immissione" del pesce, con riguardo alle specie, alle caratteristiche delle acque e alla stagione, tenendo presente che il novellame appena nato costa meno ma ha scarse possibilità di sopravvivere in nuovo ambiente, le condizioni ambientali e la disponibilità di cibo devono essere adeguate e i pesci immessi devono godere di buona salute (Giordani e Melotti, 1994). Pur trattandosi di considerazioni apparentemente ovvie, è da ritenere che molto spesso si cerca di introdurre del pesce in acque non idonee e prima che siano state rimosse le cause che hanno determinato il loro impoverimento. Secondo i dati forniti dal Ministero delle Risorse Agricole e dall'API (Miraaf, 1997 e Ersa,1990), nel 1995 il valore del novellame e del pesce utilizzato per il ripopolamento è stato di poco inferiore ai 14 miliardi di lire, contro i 6 miliardi del 1989: in prevalenza si è trattato di trote fario (5,2 miliardi) e iridea (1,8 miliardi) pronte per la pesca sportiva, novellame di carpa (2,1 miliardi). Inoltre viene stimato che l'80% dei pesci gatto italiani e delle carpe comuni allevati siano destinati al ripopolamento, così come il 30% della trota iridea e la totalità dei pesci gatto americani.
GIANLUCA
PANICCIA, aprile 1998